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Il santuario, oggi
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A partire dalla monumentale Porta Nuova, che ha nel suo fastigio il gruppo marmoreo della Vergine che appare a Giannetta (scultori Sanpietro e Melone) ed è come protetta dagli Angeli in pietra arenaria posti ai lati, si apre un largo viale alberato che conclude al Santuario con percorso di circa 2000 metri ombreggiati da quattro filari di ippocastani.
E’ un bene protetto da circa un secolo con vincolo della Soprintendenza per i beni ambientali. Tuttavia il rettifilo, ininterrotto fino a oltre la metà del secolo XIX, fu tagliato dall’attraversamento della strada statale e della ferrovia.
Dalle mura del Borgo all’altezza della Chiesa e convento di san Bernardino, fino al 1694 c’era solo un viottolo acquitrinoso. Da Caravaggio ci si recava al Santuario uscendo da Porta Vicinato e percorrendo una strada di una certa ampiezza in diagonale (detta “stradone vecchio”), che all’altezza dei prati di san Bernardino andava diritta o quasi alla porta principale della Chiesa di Santa Maria, superati i portici e attraversato il prato davanti al Santuario.
Nel lato ovest del porticato antistante si può ancora vedere l’arco e le fiancate e i cardini del portone di chiusura del quadrilatero dei portici.
 

La facciata occidentale del Santuario
 


La planimetria attuale del Santuario con la corona di portici
 

Il completamento del viale e l’inaugurazione dell’arco di Porta Nuova avvengono nel 1710.
L’amministrazione del Santuario (l’antica Schola S.M.) era proprietaria del viale, non però incontrastata dal Santuario di Caravaggio. Con convenzione stipulata tra il vescovo di Cremona mons. Fiorino Tagliaferri e il sindaco di Caravaggio, sen. Angelo Castelli, nel 1982 la proprietà del viale passerà dal Santuario alla comunità caravaggina.
Grazie alla sovvenzione dei fondi per il Giubileo ottenuta dal Santuario di Caravaggio, tra il 1999 e il 2000, viene realizzato un imponente rifacimento (un “restauro conservativo”) dell’alberatura e dell’arredo del viale.
 


I portici

 
Una chiostra di portici circonda la Basilica quasi ad abbracciarla. Costituiscono un suggestivo spazio coperto di complessivi 800 metri.
Servì lungo i secoli e serve tuttora – insieme con il viale – come introduzione preparatoria all’incontro con i luoghi più sacri del Santuario, che sono il Sacro Fonte e – dentro la chiesa – l’altare delle celebrazioni eucaristiche, i confessionali per il sacramento della riconciliazione e penitenza, il Sacro Speco per il colloquio con la Vergine e Giannetta.
L’idea e l’ideale è che il porticato (dopo esser stato pure fino a non molti decenni fa luogo offerto ai pellegrini venuti da lontano per passarvi la notte) sia sempre più riservato alla preghiera (generalmente Via Crucis, Rosario meditato) e al raccoglimento, senza escludere di principio che si possa godere – come i prati che pure delimita – anche per consumarvi serenamente e gioiosamente un pasto al sacco. Così si fa da sempre e, volendo, senza offendere l’aura sacra ben definita del resto dall’artistica cancellata che conclude il viale a nord, venendo da Caravaggio, e, con struttura più semplice, l’accesso da e per Misano a sud.
Paolo Morigi ci fa sapere nella sua Historia (1599) che il pronao dell’entrata principale della Chiesa era quasi continuato da uno spazio coperto longitudinale (direzione nord-ovest). 
Sempre antistanti la facciata principale ad ovest, nel 1686 si completa il primo quadrilatero dei portici. Quelli del quadrilatero “a mattina” davanti alla “nave” dell’Apparizione vengono edificati negli anni 1727-33 e oltre. Nel 1756 si pensa al porticato verso Caravaggio.
Per il completamento di tutto il porticato ci sono voluti circa tre secoli. Sotto il triportico di ponente, davanti alla facciata principale è stata collocata nel 1942 la Via Crucis. Nello stesso anno, al centro del piazzaletto fu eretto un Crocifisso a ricordo del giubileo episcopale di Papa Pio XII. Il piazzale è di norma riservato alle celebrazioni all’aperto e alla benedizione degli ammalati.


I portici costruiti per l'accoglienza anche notturna dei pellegrini

I portici costruiti per l'accoglienza anche notturna dei pellegrini
 


 

La grande suggestione del Santuario sotto la neve
  

Contrasti di colori estivi al Santuario
 
Atmosfera crepuscolare al Santuario
 


La Basilica, l’obelisco e le fontane

 
La basilica sorge nella vasta piazza cinta dai portici simmetrici che corrono con 200 arcate. L’esterno della chiesa è grandioso: l’edificio è lungo 93 metri, largo 33, alto 22 senza la cupola, la quale si innalza dal suolo per 64 metri. Il Santuario, rispetto al viale, volge il fianco e non la facciata.
Nel piazzale antistante il viale si trovano un obelisco e una fontana lunga quasi 50 metri. L’acqua di questa fontana passa sotto il Santuario, raccoglie nel suo corso quella del Sacro Fonte ed esce nel piazzale Sud accolta in una piscina dove i fedeli fanno bagnature.
L’obelisco ricorda un singolare fatto accaduto nel 1450. Un soldato dell’esercito di Matteo Griffoni, generale della Repubblica Veneta, rubò dal Sacro Fonte una preziosa tazza e la nascose in un bagaglio sopra il dorso di un mulo; ma quando fece per andarsene il mulo non ne volle sapere di muoversi. Il furto fu scoperto e il prezioso oggetto restituito. Il Comandante fece elevare a ricordo del fatto una Cappelletta che, caduta in seguito all’erosione delle acque, fu rimpiazzata nel 1752 da un obelisco. Divenuto cadente questo, nel 1911 fu sostituito con un altro a ricordare anche le celebrazioni del 1910 per il secondo centenario dell’incoronazione della Madonna. Sulle quattro facciate della base dell’obelisco tre epigrafi ricordano il fatto della tazza, la prima cappella e l’obelisco del 1752, le feste celebrative del 1910; la quarta riporta un’esortazione al culto della Vergine.

 

 
La cupola
 
Dalla documentazione finora nota non si conosce il nome dell’ingegnere che ne seguì la costruzione dal 1691 al 1695; la cupola viene eretta su disegno esecutivo di Giovan Battista Quadrio, architetto della fabbrica del duomo di Milano; Alessio Bolzano è l’autore della statua in rame posta sopra la cupola, mentre del 1695 è il pagamento ai vetrai Domenico Cantini e Giovanni Bonassoli per le otto invetriate e i quattro occhi delle finestre della lanterna. La cupola verrà ricoperta in rame solo nel 1722.
La lanterna con la festa degli angeli musicanti
 
 
La cupola, con la 'Apoteosi e Gloria di Maria', affrescata da Giovanni Moriggia a partire dal 1851
 



 

 


Dentro il Santuario

 
L’interno è a una sola navata, a croce latina, di stile classico con pilastri dai capitelli ionici. Il tempio è in un certo qual modo diviso in due corpi. Uno, quello a ponente, più vasto; qui ci sono le cappelle, quattro per lato, le cantorie e l’ingresso principale. L’altro, posteriore, ha la discesa al Sacrario. Proprio sopra il sacrario e sotto la cupola, in modo da essere visto da tutti i punti del tempio, si trova l’altare maggiore, l’elemento più ricco e grandioso tra i complessi monumentali del Santuario. E’ di marmo, rotondo, con colonne che, alternate con le statue delle quattro virtù della fede, speranza, carità e umiltà, sorreggono un trono, anch’esso di marmo, che si slancia verso la cupola terminando in una gloria di angeli che portano una corona di stelle.
L’altare, progettato dall’architetto Filippo Juvarra che si ispirò agli studi per l’altare della Confessione della Basilica Vaticana, fu portato a compimento nel 1750 dall’ingegner Carlo Giuseppe Merlo di Milano.

L'interno del Santuario con il grandioso altare settecentesco, visto dal lato orientale con il Sacro Speco
 
L'interno del Santuario con il grandioso altare settecentesco portato a compimento dall'architetto Merlo, visto dal lato occidentale
  

 


Pianta del Santuario
 

Il Sacro Speco
 
Discendendo per due scalinate marmoree inserite nel complesso dell’altare e della piazzetta antistante delimitata da marmi e da una cancellata semicircolare si può sostare in preghiera davanti all’immagine dell’Apparizione. Si trova sotto l’altare maggiore e sopra il luogo proprio dell’Apparizione, il Sacro Fonte sotterraneo. Quella attualmente venerata è una scultura in legno del gardenese Giuseppe Moroder di Ortisei, collocata nel Sacro Speco nell’anno centenario 1932 in sostituzione del gruppo antico. L’immagine della Madonna era rivestita con preziose vesti che si cambiavano lungo l’anno. Dal rivestimento in tela di diverso colore che sottostava ai manti di broccato o di raso si facevano reliquie fin dal secolo XVI, da tenere nella propria abitazione o da indossare o far indossare. Il vescovo di Novara Carlo Bascapè, già stretto collaboratore di san Carlo Borromeo, nel 1597 faceva dono del sacro velo ai confratelli dell’Oratorio dei disciplini, dove Nostra Signora di Caravaggio era già venerata da oltre un secolo.
 


Sotto l'altare è posto il cuore del Santuario: il Sacro Speco
 

Il Sacro Speco con la scena dell'Apparizione nelle statue lignee di Leopoldo Moroder di Ortisei (1932)
 


Il Sacro Fonte

 
Sotto lo Speco si trova un sotterraneo, il Sacro Fonte, al quale si accede dall’esterno del tempio. Qui si trova una fontana da cui si può attingere l’acqua; qui è il luogo dove Giannetta ascoltò la Madonna e l’acqua sgorgò dal terreno.
Il sotterraneo, un grande corridoio di circa trenta metri, rivestito a mosaico dal pittore Mario Busini (1950 - 1952), appare diviso in cinque celle. Nella prima, tre nicchie ricavate dentro le pereti raccolgono una Madonna marmorea con bambino, la “ghigliottina” e il catenaccio spezzato che ricordano i miracoli più “famosi” (1520-1645).
La Madonnina: alla base della Madonna l’epigrafe gotica che parla dell’Apparizione e costituisce uno dei più importanti documenti dell’epoca del grande avvenimento. L’epigrafe, in sei esametri latini dice:”La terra di Caravaggio è stata recentemente resa davvero felice perché le apparve la Santissima Vergine nell’anno 1432 al tramonto del sesto giorno avanti le calende di giugno; ma Giannetta è assai più felice di ogni altra persona perché meritò di vedere la gran Madre del Signore”.
 

L'interno dell'attuale Sacro Fonte con i mosaici di Busini e sculture di Ferraroni L'interno dell'attuale Sacro Fonte con i mosaici di Busini e sculture di Ferraroni
 

La “ghigliottina” s’inceppa, un catenaccio si spezza.


La mannaia conservata nel sotterraneo del Sacro Fonte, antenata della più tristemente famosa ghigliottina, testimonia un episodio accaduto nel 1520.
Un capo di briganti, tale Giovanni Domenico Mozzacagna di Tortona, venne catturato nei dintorni e condannato a morte. Affinché l’esecuzione servisse da monito a molti, si decise di fissarla per il 26 maggio, giorno in cui per la ricorrenza dell’Apparizione molta gente si sarebbe recata a Caravaggio. Durante i mesi di prigionia che precedettero la data stabilita il brigante si pentì e si convertì. Venne il giorno dell’esecuzione, ma per quanti tentativi venissero fatti, la scure si inceppava prima di arrivare al collo del condannato. La folla gridò al miracolo. Il condannato prima tornò in carcere e poi fu definitivamente liberato.
Nella seconda celletta del sotterraneo viene conservato un catenaccio spezzato che ricorda un fatto avvenuto nel 1650. Un pellegrino, imbattutosi in un nemico che lo minacciava di morte, corse al riparo verso il tempio, ma trovando la porta chiusa invocò la Madonna. Il catenaccio si spezzò e la porta si aprì per poi richiudersi infaccia al persecutore.
 
La ghigliottina Il catenaccio spezzato

 

 

Le pitture di Giovanni Moriggia e Luigi Cavenaghi
 
Pellegrino Tibaldi aveva pensato l’unica navata coperta a botte, forse ingentilita con riquadri e rosoni. Se si osserva un acquarello del 1866 fatto da Emilio Cavenaghi, fratello di Luigi, morto prematuramente, troviamo che la volta e gran parte delle pareti sono solo intonacate e grigie, quasi squallide per contrasto con la policromia dell’altare maggiore e con l’accenno dei colori dei pennacchi della cupola e sulla controfacciata della navata grande.
Così doveva essere anche l’impressione dei responsabili del Santuario e degli innumerevoli devoti pellegrini, che potevano pure fare il confronto con la festa di ori, marmi, stucchi e colori delle cappelle.
I pennacchi della cupola dipinti dal Moriggia cominciano a prender vita dal 1846, con la raffigurazione di quattro “storie” dell’Antico Testamento in cui sono protagoniste quattro “donne forti”, modelli esemplari delle 4 virtù cardinali: prudenza (Abigail), giustizia (Ester), fortezza (Giuditta), temperanza (Rut).
Ospite del sacerdote patriota Giuseppe Mandelli, sagrista del Santuario, Giovanni Moriggia, al quale erano stati commissionati gli affreschi della cupola, lavora quasi in clandestinità dal 1851 al 1854, e quasi in clandestinità fa scalpellare le nervature della tazza cupolare per potervi dipingere senza discontinuità la apoteosi e gloria di Maria.
Disposto a tutti i possibili sacrifici per poter continuare il lavoro, Moriggia, non ancora saldato per gli affreschi della cupola – dipinge volte e controfacciata dei transetti. Nel braccio sinistro della croce (dov’è la sagrestia maggiore), quasi a far corona all’Immacolata del medaglione nella volta, sono raffigurate la Cacciata di Adamo ed Eva dal paradiso terrestre e la Natività di Maria; nel braccio destro (dov’è la sagrestia verso mezzogiorno), la Presentazione al tempio e il Ritrovamento di Gesù si affiancano all’Assunzione di Maria, che a sua volta fa come da compimento all’Immacolata del transetto a sinistra.
Le quattro semilunette delle controfacciate sono lasciate dagli amministratori a tema libero. Eseguirà bozzetti e cartoni preparatori sul finire del 1857 e dal 1861 dipinge lo Sposalizio della Vergine, l’Annuncio a Maria, la Visita a santa Elisabetta, la Nascita di Gesù.
Ancora una volta viene rifiutato il pagamento delle opere dall’Intendenza di Finanza e povero, malato, Giovanni Moriggia muore in solitudine a 82 anni, il 21 giugno 1878.
Nel 1891 l’amministrazione del Santuario propose al celebre caravaggino Luigi Cavenaghi,direttore della Scuola Superiore d’arte di Milano (Brera), restauratore del Cenacolo di Leonardo e successivamente soprintendente alle Gallerie Vaticane, di decorare la navata minore del Santuario. Luigi Cavenaghi si dispose all’opera studiando accuratamente le pitture nel chiostro e nella libreria dell’Escurial in Spagna dove appunto Pellegrino Tibaldi si era recato su chiamata dell’imperatore Filippo II interrompendo la direzione dei lavori della “nuova chiesa” della Madonna di Caravaggio da lui progettata.
In due anni Luigi Cavenaghi, divisi e nello stesso tempo uniti gli spazi in vari campi, riesce ad armonizzare senza confondervisi la sua pittura con quella del Moriggia e a superare le insidie della prospettiva con una profusione di ornamentazioni, figure di angeli (22) e di putti (40), raffigurazioni di profeti e di dottori della Chiesa e una schiera di santi. Molto lusinghieri i giudizi sia della Commissione Governativa sia della critica più autorevole.
Stesse valutazioni compiaciute e ammirate nei due sopralluoghi del 1901 e 1903 vengono espresse per le decorazioni nella navata grande, che Luigi Cavenaghi porta a compimento con gli aiuti Mazzucchelli e Longhetti. I risultati sono da vedere e godere. Si sa che il pittore, cristiano convinto e devoto, tornava volentieri al Santuario da lui reso più luminoso e festevole, suggestivo e orante: basti guardare non solo alle figurazioni ma anche alle lodi e alle invocazioni – quasi una “litania” alla Vergine, propria di Caravaggio – scritte nelle cartelle della navata antistante il Sacro Speco.
 

   
   


La sagrestia

 
Di notevole interesse artistico è la Sagrestia realizzata nella seconda metà del Seicento e nei primi del Settecento, un’opera unitaria, recentemente restaurata. Vicino all’ingresso è possibile osservare una grande tavola attribuita al Bergognone (Ambrogio da Fossano, 1481 - 1522), raffigurante una Deposizione. Sul soffitto un’Assunzione della Vergine affrescata da Giuseppe Procaccini, verso la fine del secolo (1698), con lo stesso ritmo e la stessa cromia della Certosa di Pavia. Del medesimo pittore sono anche gli Episodi evangelici e gli Apostoli affrescati tra le mensole del soffitto. Giacomo Carminati costruì i grandi armadi intagliati nei quali veniva custodito il “tesoro” del Santuario (1730), depredato poi durante la dominazione dei Francesi.
In fondo alla Sagrestia non si manchi di osservare una ricca ancona con una Deposizione di Stefano Maria Legnani, detto il Legnanino, tela proveniente dal convento dei Cappuccini di Caravaggio, che era stato soppresso.
Anche il Santuario di Caravaggio possiede un suo “tesoro”: si tratta di oggetti e di paramenti sacri di notevole pregio, donati dai fedeli e da alcuni nobili lombardi, qui custoditi e a volte utilizzati nelle solennità maggiori, anche se gli oggetti di maggior valore vennero requisiti dagli Austriaci per sovvenzionare la guerra contro la Francia e dai Francesi per ordine della Repubblica Cisalpina.
Nella Navata posteriore, oltre agli affreschi della volta già citati, si possono ammirare ai lati del Portale Orientale due grandi statue lignee raffiguranti S. Pietro e S. Paolo, scolpite dal caravaggino Gianbattista Carminati verso il 1750. Alle pareti sono collocati due pregevoli dipinti raffiguranti l’Apparizione della Madonna: quello di destra è opera di Camillo Procaccini (1551 - 1629), quello di sinistra di Giovanni Stefano Danedi, detto il Montalto (1609 - 1690).

Arredi lignei opera di Michelangelo e Giacomo Carminati situati nella sontuosa Sagrestia nuova
Arredi lignei opera di Michelangelo e Giacomo Carminati situati nella sontuosa Sagrestia nuova

Arredi lignei opera di Michelangelo e Giacomo Carminati situati nella sontuosa Sagrestia nuova

Arredi lignei opera di Michelangelo e Giacomo Carminati situati nella sontuosa Sagrestia nuova
   
 

 

 

'Deposizione' dipinta da A. Bergognone, grande tavola in cornice dell'epoca (secolo XVI)
 
L'intaglio dei Carminati sulla balconata della Cantoria

 
   


La sontuosa Sagrestia nuova con gli arredi lignei opera di Michelangelo e Giacomo Carminati

La sontuosa Sagrestia nuova con gli arredi lignei opera di Michelangelo e Giacomo Carminati

Gli stucchi del soffitto incorniciano gli affreschi di Giuseppe Procaccini di fine Seicento

Un'antica tela raffigurante l'Apparizione a Giannetta
 

Le cappelle minori
 
Come struttura muraria le 8 cappelle laterali erano realizzate già sul finire del Cinquecento.
La più antica è la prima, a destra entrando dal portone d’ingresso, dedicata a sant’Antonio abate, raffigurato nella pala, opera di Gianbattista Secco, originario di Caravaggio, autore anche degli stucchi e delle medaglia raffiguranti la vita del Santo.
Nella seconda è possibile ammirare una bella Deposizione del pittore modenese Giacomo Cavedoni (1577-1660), proveniente da Imola, concessa in deposito fin dal 1813 dalla Pinacoteca di Brera; una composizione con forme pulite e rigorose, con cromia caratteristica che va dal rosato, al grigio.
La terza cappella è dedicata alla Madonna con i santi Filippo e Giacomo Apostoli, la cui storia è illustrata dal Secco nei pannelli della volta; anche la pala dell’altare è opera sua.
La quarta cappella vede ancora all’opera Gianbattista Secco (1602): vi si può ammirare una Madonna del Rosario con due persone in preghiera, il pontefice Sisto V e il suo “scutifero” Soccino Secco, parente del pittore. Degni di nota sono gli stucchi e i raffinati pannelli che illustrano i misteri del Rosario.
Passando alle cappelle di sinistra, si incrocia il maestoso tempietto circolare con l’altare maggiore. Nella quinta cappella si può osservare un’Educazione della Vergine, graziosa opera eseguita da Moriggia in età giovanile (1825) a Roma, dove il pittore si era trasferito dopo le prime esperienze vissute a Bergamo alla scuola del Diotti, per perfezionarsi alla scuola del Camucci. I putti o angelidell’arco di volta sono opera (1931) di Ferruccio Baruffi, caravaggino.
La tela della sesta cappella è attribuita a Giacomo Trécourt (1812-82), che dipinse la Pesca miracolosa degli Apostoli Pietro e Andrea insieme a Cristo. Nei cassettoni della volta, dipinti a tempera, episodi della vita dei due Santi apostoli, di Ambrogio Bolgiani (1931).
Di Carlo Preda è la bella pala della settima cappella, che raffigura la Madonna che mostra il bambino a S.Antonio da Padova e a Santa Lucia (1710). Nei cassettoni della cappella episodi della vita di S.Lucia, opera di Galliano Cresseri (1931).
L’ottava cappella (è la prima per chi entra dalla porta principale di ponente) presenta una bella copia dell’Arcangelo Gabriele di Guido Reni, eseguita da Paolo Gallinoni. Nelle nicchie ai lati del portale le statue di S.Fermo e di S.Rustico, patroni della città di Caravaggio.
La Soprintendenza ai beni architettonici e ambientali di Milano negli ultimi tre anni ha curato il restauro conservativo delle otto cappelle e delle pareti laterali, con risultati splendidi che danno il risalto che merita al valore artistico di ciascuna di esse.


 

Alcune delle cappelle della navata occidentale recentemente restaurate
 
Alcune delle cappelle della navata occidentale recentemente restaurate
Alcune delle cappelle della navata occidentale recentemente restaurate
 

 

L’organo
 
Il Santuario è dotato di uno dei migliori organi d’Italia, che incute un certo senso di sovrastante grandiosità; in realtà tre organi, di cui uno collocato nella balaustra della cupola. Ha 5600 canne, 4 manuali di 61 note (positivo-espressivo, grand’organo, recitativo-espressivo, organo corale) insieme con una pedaliera di 32 note; la maggior parte della canne è stivata nell’ampia cassa, uno dei capolavori lasciati in basilica dall’arte degli intagliatori del legno fratelli Carminati di Caravaggio.
La versione attuale è una “seconda edizione”, dopo quella del 1906 dell’organaro Carlo Vegezzi Bossi di Torino. L’1 e 2 aprile 1906 infatti con grande concorso di ascoltatori, oltre all’organista titolare Pietro Gaetano Zelioli, tennero il concerto di collaudo due maestri famosi come Marco Enrico Bossi e Oreste Ravanello. Passando attraverso la riforma effettuata nel 1927 dal maestro organaro Giovanni Tamburini di Crema, si avvia il rifacimento Balbiani Vegezzi Bossi del 1955: dal punto di vista tecnico con trasformazione delle trasmissioni da pneumatiche a elettriche dirette, e dal punto di vista funzionale con miglioramenti delle qualità foniche e conseguente spostamento dei corpi d’organo (seconda tastiera). Un profondo restauro conservativo effettuato nel 1994-1995 rende questo strumento una meraviglia rappresentativa del tipo d’organo eclettico-sinfonico.
I rifacimenti dell’ultimo secolo hanno volutamente e doverosamente valorizzato il canneggio Serassi nel secondo e terzo manuale. La celebre famiglia bergamasca di artisti organari fin dal 1742 ha lasciato in successione (1743, 1781, 1835) ben tre segni della propria genialità. Non è stato eseguito, a quanto sembra, un quarto progetto Serassi (1846) di ripristino e ampliazione dell’organo esistente nell’insigne Santuario di Caravaggio.
La balconata della Cantoria dov’è posizionata una consolle con quattro tastiere, e naturalmente la pedaliera, ha una volta ricca di stucchi, eseguiti su disegno di Luigi Cavenaghi, e conclusi nel 1904. Lo stesso Cavenaghi curò il cartone per il tondo policromo a gran fuoco raffigurante santa Cecilia che “al suono dell’organo canta al suo Signore”.
 


Nella navata occidentale il monumentale organo con 5600 canne distribuite sulla cupola, sulla cantoria e nell'ampia cassa